Comune di Seclì - Suor Chiara

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Suor Chiara

Ricerca di Rossana Carpentieri su Suor Chiara

I D'Amato a Seclì

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Suor Chiara - Foto 1

L'occasione offerta da questo incontro incentrato sulla figura di Suor Chiara, al secolo Isabella dei Duchi D'Amato di Seclì, mi permette di parlare di questo piccolo centro e della sua storia, non ancora del tutto esplorata e conosciuta, facendolo attraverso i fatti e gli eventi che legarono, anche se per poco, la giovane Isabella alla sua terra d'origine.
Per questa ragione di fondo, con questo mio contributo più che soffermarmi sugli aspetti religiosi e spirituali della vita della monaca clarissa presso il monastero di S. Chiara a Nardò, intendo focalizzare l'attenzione sulla famiglia D'Amato (foto n. 1), a cui Isabella è appartenuta, e inquadrare il periodo storico in cui quei signori hanno governato il feudo di Seclì e il vicino casale di Temerano, decretandone la fase di maggiore splendore.
Il periodo in oggetto va dalla seconda metà del '500 al 1692, quando, estintosi l'asse ereditario maschile della famiglia, l'ultima D'Amato, Porzia, sposata con il signore di Pisignano Francesco Severino, cedette il feudo al figlio Antonio, che inaugurò il lungo e dispotico governo di quella famiglia.

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Suor Chiara - Foto 2

Come si può osservare dagli affreschi del Palazzo Ducale di cui siamo ospiti (foto n. 2), i D'Amato protagonisti di questa vicenda feudataria a Seclì furono nell'ordine: il capostipite Sigismondo, Guidone, Ottavio, Francesco e Antonio, rispettivamente padre e fratello di Isabella.

Isabella era la quarta figlia di Francesco D'Amato e Caterina d'Acugno, nobile gallipolina discendente dai Marchesi di Vigliena. Il loro strategico matrimonio, celebrato nel 1612, generò sei figli: Antonio, primogenito, cui spetterà l'eredità del feudo, Blasco, Livia, Isabella, Giovanna e Adriana.
Isabella visse nella casa paterna, ossia in questo Palazzo (oggi denominato ancora Papaleo dall'ultima famiglia che lo ha posseduto) per circa venti anni: dal 1618 anno della sua nascita (precisamente avvenuta il 14 marzo 1618) al 1638. Condusse tra queste mura la sua infanzia e giovinezza, fino a quando, dopo aver manifestato chiaramente la sua intenzione di farsi monaca, convinse il padre a chiedere per lei ospitalità presso il Monastero di Santa Chiara a Nardò, dove era Badessa Suor Anna D'Acugno, la zia materna.

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Suor Chiara - Foto 3

La futura monaca trascorse, quindi, nel piccolo feudo di Seclì solo una parte della sua vita, dal momento che, abbandonatolo a venti anni, non vi fece più ritorno neanche alla sua morte, avvenuta nel monastero della clarisse di Nardò il 6 luglio 1693, secondo quanto riportato nel 1743 nella "Vita della Venerabile Serva di Dio Suor Chiara…" scritta da Francesco Maria Severino dei Duchi di Seclì e Conte di Temerano, estensore di una delle prime biografie della suora.
Gli anni vissuti a Seclì dalla giovane Isabella dovettero, però, essere caratterizzati da un notevole impulso alla spiritualità, così come era nella tradizione familiare dei D'Amato. Soffermarsi, quindi, sui primi decenni del '600 che la videro abitare qui, in questa dimora, e ritornare indietro agli ultimi decenni del '500, sulle tracce delle origini della sua famiglia, contribuisce a gettare una luce rivelatrice sulla presenza e sull'operato dei signori D'Amato in questo feudo e, più estesamente, nel territorio salentino.

I D'Amato erano "Hidalgos" spagnoli (ovvero avevano il titolo di Cavalieri); giunsero a Napoli al seguito degli Aragonesi all'inizio del '500. Si stabilirono a Capua, la loro patria d'elezione e godettero degli onori del Seggio di Portanuova a Napoli. La loro presenza nel Salento è attestata già nel 1558, quando a Galatone viene sepolto nella sacrestia della Chiesa Madre Ludovico D'Amato, Abate del Monastero di San Nicola di Pergoleto. Si hanno notizie per la prima volta di Sigismondo D'Amato, il capostipite a Seclì della famiglia, solo nel 1579, quando muore proprio in questo feudo di cui è già signore, ma viene sepolto ancora a Galatone, nella tomba della sacrestia della Chiesa Madre.

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Suor Chiara - Foto 4

Storicamente, quindi, siamo dopo la pace di Cateau-Cambresis (1559), in un'epoca segnata dall' inizio della dominazione spagnola in Italia e da un processo di rifeudalizzazione, che soprattutto nelle regioni meridionali privilegia l'aristocrazia di origine iberica. I D'Amato rappresentano il potere spagnolo forte ed autoritario, ramificato sul territorio salentino con la presenza di altre famiglie della stessa origine iberica, con cui molto spesso questi signori si legano attraverso vincoli matrimoniali. Da questa situazione vengono favoriti nell'acquistare da Girolamo Caracci(o)lo il piccolo feudo di Seclì, di cui primo signore dovette essere proprio Sigismondo. Tuttavia, spetta al suo successore, il figlio Guido (detto Guidone), il merito di aver avviato un periodo di floridezza per il centro, inaugurando una fase di partecipazione attiva agli eventi storico-politici del tempo e alimentando continui scambi e relazioni sia sul piano religioso, che artistico e culturale nell'area salentina.

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Suor Chiara - Foto 5

Guidone prende parte, infatti, alla battaglia di Lepanto del 1571, voluta dal Papa Pio V fautore della Lega Santa e dal sovrano spagnolo Filippo II, ardente difensore della religione cattolica. Egli è uno dei nobili salentini che offrirono il loro esercito e le risorse del loro feudo per la sconfitta dei Turchi, dimostrando così il proprio attaccamento alla religiosità e alla difesa della cattolicità.
E' questa figura di signore che incide profondamente sulla vita del piccolo centro e che lo segnerà con le sue scelte. Guidone è sposato con Giulia Spinelli, discendente di altra potente famiglia napoletana, quella dei Duchi di Seminara, e anche lei fervente cattolica. Giulia condivide con il consorte le decisioni che riguardano il feudo di Seclì e insieme i due coniugi diventano i protagonisti di un profondo processo di rinnovamento sociale, religioso ed artistico del centro. Compiono e favoriscono interventi radicali, che sono destinati a lasciare una forte impronta religiosa nella vita di Seclì.

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Suor Chiara - Foto 6

Tali interventi riguardano la ristrutturazione della Chiesa Parrocchiale di Santa Maria delle Grazie (foto n.3), l'edificazione del Palazzo feudale (foto n. 4) e quella della Chiesa e del Convento francescano di S. Maria degli Angeli (foto n.5).

Tali emergenze architettoniche non hanno, infatti, solo un significato artistico, ma accolgono in sé tutte le vicende di questa piccola comunità e, oltre ad essere ancor oggi testimonianza concreta del suo passato, nello specifico della vita di Isabella D'Amato rappresentano tappe importanti della giovinezza e della sua formazione religiosa. Con tutti e tre questi edifici Isabella è entrata in contatto e attraverso essi e le attività spirituali che vi si svolgevano la giovane D'Amato ha formato la sua religiosità, fino alla scelta definitiva di abbandonare il mondo secolare e di entrare in monastero.

Dopo il 1571, quindi, l'avo di Isabella, Guidone, trasforma l'antica Chiesa Matrice di Seclì rendendola più rispondente alle esigenze di una spiritualità rafforzata dalla vittoria di Lepanto e fa dell'antica e piccola Chiesa risalente al periodo romanico (XI-XII sec) (foto n. 6) un edificio sacro più capiente e, soprattutto, più consono alla grandezza del cavaliere tornato vittorioso dallo scontro con i Turchi.

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Suor Chiara - Foto 7

Si assistette all'epoca, tra il 1580 e il 1600, all'aggiunta all'originario corpo laterale a sinistra, trasformato in due profonde navatelle (foto n. 7), di una vasta aula (foto n. 8) con copertura lignea e presbiterio concluso da cupola (foto n. 9). L'interno della nuova chiesa, risultato così fortemente asimmetrico, venne arricchito con altari laterali.

Per ringraziare la Santa Vergine della protezione accordatagli durante la battaglia di Lepanto, Guidone provvedeva la Chiesa di un dipinto che doveva esprimere tutta la sua venerazione per la Madonna del Rosario. A realizzare l'opera veniva incaricato niente di meno che il più rappresentativo pittore gallipolino del tempo, quel Giandomenico Catalano, famoso per le sue Madonne del Rosario e autore, insieme alla sua bottega, di altre opere dello stesso soggetto rintracciabili a Felline e a Casarano.

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Suor Chiara - Foto 8

Il dipinto in questione (foto n. 10) non è elemento di poco rilievo, visto che (malgrado le compromesse condizioni della tela attualmente custodita nella nuova Parrocchia di S. Maria delle Grazie) in esso sono ancora ravvisabili, più che la Madonna del Rosario in trono, Santa Caterina da Siena e, dietro alla santa, la figura del committente, cioè proprio Guido D'Amato, inginocchiato in basso a destra. Mentre a sinistra si intravedono le figure del Pontefice Pio V, di Filippo II e di Don Giovanni d'Austria, capo della spedizione navale cristiana. La tela, quindi, testimonia di un rinato culto del Rosario, promosso dal Pontefice Pio V e dell'influenza della committenza signorile qui a Seclì, che con Guidone e la moglie Giulia esprimeva una forte spiritualità, che si intendeva esplicitamente radicare nel feudo.

Prova ne sia che in quegli anni nella stessa Chiesa di S. Maria delle Grazie intorno a quel dipinto, che adornava l'altare del SS. Rosario, nasceva la Confraternita omonima, con l'obiettivo di incrementare il culto della Vergine in un clima di riconoscimento ufficiale della pratica popolare, religiosa e devota del Rosario, le cui preghiere avevano avuto il potere salvifico di allontanare il pericolo infedele.
Non è, quindi, casuale che Isabella, vissuta a Seclì pochi anni dopo i fatti di Lepanto, abbia ricevuto all'interno della sua stessa famiglia d'origine, stimoli molto forti nella venerazione della Madonna, tant'è che giovanissima si fece iscrivere alla Confraternita del SS. Rosario sita nella Chiesa Matrice e nel 1635 addirittura ne figura Priora, come risultava dai Libri dei Canti della Confraternita.

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Suor Chiara - Foto 9

Questo fervore religioso di Isabella per la Madonna, maturato negli anni attraverso assidue preghiere, andava a completare un attaccamento che la giovane aveva sempre manifestato nei confronti della Madre di Dio. Come sottolineano le notizie giunteci sulla sua vita, risalta la protezione richiesta dai genitori alla Madonna degli Angeli, venerata nell'Oratorio del Palazzo, per la bambina appena nata, l'impartizione del sacramento del Battesimo il giorno successivo alla nascita proprio nella Chiesa di S. Maria delle Grazie e il ricevimento della Confermazione nella stessa Chiesa Matrice il 20 novembre 1628 (a 11 anni) da parte del Vescovo Gerolamo De Franchis.

L'episodio più forte, tuttavia, che ha segnato profondamente Isabella e che la portò a consacrarsi a Dio, fu l'apparizione della Madonna degli Angeli nell'Oratorio di famiglia.

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Suor Chiara - Foto 10

A preparare tale clima di devozione era stato proprio Guido D'Amato. Egli infatti, non si preoccupò soltanto di indirizzare la sua comunità verso un rinnovato senso religioso, scaturito dalle forti influenze controriformistiche che prendevano piede in tutte le diocesi, ma si mostrò anche allo stesso tempo animato nel presentarsi come il promotore di uno sviluppo del piccolo centro proprio attraverso le relazioni di carattere religioso, politico ed artistico con i centri più rappresentativi del territorio salentino, in particolare Nardò e Gallipoli. Nella Chiesa Matrice, infatti, dopo pochi anni, all'inizio del '600, venne chiamato a lavorare alla tela con "Il Cristo in Gloria" (foto n. 11) il pittore neretino Donato Antonio D'Orlando, che si produsse in un tipico dipinto controriformistico ad esaltazione del "sangue e del corpo di Cristo" venerato nella Chiesa dalla Confraternita del SS. Sacramento. Seclì, dunque, in questi anni a cavallo tra '500 e '600, intesse relazioni sempre più rilevanti con i centri dominanti nel territorio, deducibili dalla qualità degli artisti impegnati e dalla rilevanza delle opere prodotte.

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Suor Chiara - Foto 11

Con Nardò vi è un "feeling" particolare, che tra l'altro spiega anche la scelta di Isabella di preferire il Monastero delle clarisse di quella città ad altre proposte conventuali, visto che Badessa di quel monastero era proprio la zia, suor Anna d'Acugno. Ma i D'Amato erano anche imparentati con gli Acquaviva, i signori della città di Nardò in quel periodo. Non solo. Da Nardò, a sottolineare la forza gravitazionale che quella città esercitava sul feudo dei D'Amato, incominciarono ad affluire già con Guidone maestranze e architetti, che vennero impiegati nella costruzione della residenza signorile e, molto probabilmente, nella coeva edificazione della Chiesa e del Convento di S. Maria degli Angeli.

La casa paterna di Isabella fu oggetto di un considerevole intervento di ristrutturazione ed ampliamento proprio alla fine del '500, per volere probabilmente dello stesso Guidone. I lavori, tuttavia, si dovettero protrarre ben oltre la sua morte, e furono portati avanti per buona parte del nuovo secolo, interessando anche il periodo in cui Isabella viveva in questa dimora.

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Suor Chiara - Foto 12

L'edificio (foto n. 12) venne impostato su una preesistente abitazione feudale che aveva prevalente funzione di fortilizio difensivo. Per effetto del nuovo clima fatto di distensione e serenità dopo Lepanto, i D'Amato realizzarono una dimora leggera ed ariosa propria della vita cittadina, che acquistava caratteri sempre più gentilizi.

Affreschi ancor oggi sopravvissuti, soprattutto quelli "mitologici" (foto n. 13), ci parlano di un tardivo rinascimento che aleggia nelle stanze e nelle volte del palazzo, dove simboli dell'età classica vengono rievocati accanto ai rappresentanti della famiglia D'Amato, riprodotti sotto forma di busti affrontati e, quasi paragonati, ai grandi imperatori romani (foto n 14).

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Suor Chiara - Foto 13

Ad alleggerire ulteriormente le forme di questo edificio venne impiegato il genio dell'architetto neretino Giovanni Maria Tarentino, che lasciò la cifra indelebile del suo intervento nella originale soluzione ad angolo della loggetta signorile (foto n. 15), perduta poco più di un secolo dopo in seguito al devastante terremoto del 1743. Di essa sopravvive ancora un'edicola murata (foto n. 16).

La decorazione delle colonnine e la loro rastremazione, così come le maschere fitomorfe, che concludono i capitelli, sono la firma che il Tarentino ha lasciato presso la dimora dei D'Amato, a confermare la sua certa presenza tra il 1573 e il 1603, periodo della sua intensa attività.

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Suor Chiara - Foto 14

All'interno del Palazzo, tra ambienti vasti e riccamente affrescati, si apriva il piccolo Oratorio familiare. Nelle originarie forme, ormai difficilmente ravvisabili, esso era dedicato a S. Maria del Monte Carmelo e veniva visitato dalle autorità religiose durante le Visite Pastorali. Quello che abbiamo oggi risulta essere il rifacimento in seguito al terremoto del 1743 (foto n. 17). Presenta una volta a botte impostata su una trabeazione rettilinea laterale; la piccola aula è arricchita con un cartiglio di sobrio gusto tardo-barocco al centro dell'intradosso e illuminata da due piccole monofore a forma di losanga quadrilobata. Particolare significativo è dato dalla presenza di mezze colonne a sostegno dell'altare, di sicura fattura del Tarantino; elementi di risulta utilizzati in seguito all'evento tellurico del '700.

Questo luogo venne eletto da Isabella per le sue preghiere nella casa paterna; qui ella trascorse gran parte delle sue giornate, chiudendosi spesso in una profonda contemplazione e venerazione della Madonna degli Angeli. Fino a che, secondo la tradizione agiografica della monaca, non avvenne l'apparizione della Vergine, vestita di bianco con una collana d'oro al collo.

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Suor Chiara - Foto 15

La fine del '500, dunque, vede impegnati i D'Amato in grandi opere architettoniche. La presenza del Tarentino porta con sé altre novità e soprattutto impiega maestranze neretine, che i D'Amato vogliono contemporaneamente utilizzare per edificare un altro edificio sacro, quello dedicato alla Madonna degli Angeli.

La Chiesa venne innalzata nel 1592 (foto n. 18), seguita dopo poco tempo dalla costruzione della dimora dei Frati Francescani Osservanti Minori, che proprio a Seclì applicheranno le novità della Serafica Riforma di San Nicolò. Il 1592 è l'anno. Guido D'Amato e Giulia Spinelli i committenti. Ancora una volta gli avi di Isabella.

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Suor Chiara - Foto 16

L'operazione era di grande rilevanza, perché i signori di Seclì ospitavano nel loro feudo e sostenevano l'Ordine Francescano proprio negli anni intorno al 1590, quando iniziò all'interno di quella Regola la cosiddetta "Serafica Riforma", che portava una ventata di spiritualità e d'integrale ascetismo tra le file degli Osservanti (foto n. 19), conformandosi alle recenti disposizioni del Concilio di Trento (1545-1563) e aderendo alle evoluzioni dogmatiche, culturali e socio-economiche introdotte dalla feudalizzazione spagnola dopo Cateau-Cambresis. Per questo era naturale che ad edificare la nuova casa francescana fossero i signori del feudo e che questi manifestassero l'esigenza di mantenere un rapporto privilegiato con l'ordine monastico.

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Suor Chiara - Foto 17

Nelle forme architettoniche e negli ambienti la casa conventuale di Seclì rientrava nella tipologia innovativa praticata dai Francescani Riformati e riproduceva, oltre che nei meravigliosi cicli di affreschi con gli episodi della vita di S. Antonio di Padova nella Chiesa e di S. Francesco nel Chiostro del Convento (foto n. 20), l'attaccamento alla gerarchia ecclesiastica e feudale. Questo lo si può notare soprattutto nell' "Albero della Serafica Riforma"(foto n. 21), quasi certamente il più antico degli unici tre esemplari in Terra di Puglia (gli altri due sono quelli di Manduria del 1682 e quello di Martina Franca del 1715). Esso riproduce tra i fiori dell'Ordine riformato anche un personaggio in abiti secolari con gorgiera, lo stesso Guidone o il pronipote Antonio, fratello di Isabella, che governava il feudo alla data del 1649, anno che compare negli affreschi del chiostro. Inoltre, sulla sommità dell'albero compare uno stemma con alcuni elementi e con le lettere "H I" ( di Hidalgos) (foto n. 22) in buona parte simili a quelli presenti nell'arma (stemma) della famiglia D'Amato, raffigurata in uno degli affreschi del Palazzo Ducale (foto n. 23).

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Suor Chiara - Foto 18

Che il convento di Seclì fosse una sorta di emanazione "religiosa" dei D'Amato è deducibile dal fatto che la sua prima denominazione è dedicata alla "Madonna degli Angeli", da sempre venerata dalla famiglia legata evidentemente al culto mariano di S. Francesco. Infatti, solo in seguito nei documenti si cita il fatto che prevalse l'intitolazione a S. Antonio di Padova della Chiesa, per il ciclo pittorico in essa contenuto.
Altro elemento che dice della stretta correlazione tra la famiglia D'Amato e l'edificio sacro francescano risiede nella contemporaneità dell'edificazione della dimora signorile e della casa conventuale. Ad un'attenta analisi degli elementi architettonici presenti nei due edifici (come ad esempio i portali d'ingresso alla Sala degli affreschi mitologici (foto n. 24) e a questa sala e quello della Chiesa di S. Maria degli Angeli)(foto n. 25) rivelano senza ombra di dubbio la contemporanea presenza delle stesse maestranze nelle due fabbriche.

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Suor Chiara - Foto 19

Dunque, con buona attendibilità possiamo affermare che a Seclì negli ultimi decenni del '500 e nei primi del '600 si è verificato un progressivo e radicale mutamento della conformazione urbanistica, pianificata dalla famiglia D'Amato e dovuta alla forte e radicata religiosità che essa esprimeva.
I frati del nuovo Convento frequentavano assiduamente la dimora signorile D'Amato quando Isabella (foto n. 26) aveva ancora 10 anni, ovvero nel 1628, e alcuni di loro furono attenti formatori ed osservatori dell' evoluzione degli esercizi spirituali che la giovane Isabella compiva tra le mura domestiche. Il suo atteggiamento schivo, che la induceva a relegarsi negli ambienti più riservati e nascosti della sua casa, a rifuggire gli incontri mondani e a dedicarsi fin da bambina ad una vita fatta di preghiere, non le impediva però di intrattenersi con i Padri Minori del Convento. E secondo le fonti, come quella citata del 1743, Fra Giuseppe di Seclì fu sua guida fino al momento del suo ingresso nel monastero di clausura, in qualità di dotto e saggio Direttore di Spirito.

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Suor Chiara - Foto 20

Senza dubbio non poco dovette influire sulla religiosità della famiglia D'Amato e in particolare sulla formazione alla vocazione di Isabella la figura di un'altra personalità di spicco della spiritualità secliota del tempo, Padre Francesco da Seclì. Considerato un "campione" della Serafica Riforma, proprio negli anni della scelta di Isabella, e precisamente nel 1634, Padre Francesco pubblicava il suo "Paragone spirituale", in cui metteva a punto un ideale di vita ascetico che attraverso l'isolamento, la preghiera e l'attività manuale portava fino all'estasi.

Isabella conosceva la forza spirituale di Padre Francesco, visto che egli visse a lungo a Seclì proprio negli anni trascorsi da lei nella casa paterna. Quel padre francescano aveva guidato la Riforma nel Convento di Seclì e, nel 1628, quando lei aveva ancora 10 anni, aveva compiuto un importante viaggio a Gerusalemme ( narrato al suo ritorno nel libro "Viaggio a Gerusalemme"), la cui esperienza lo aveva profondamente segnato. Solo più tardi il padre lasciò Seclì a lungo, quando Isabella ormai era divenuta Suor Chiara, per andare nelle case francescane di Francavilla Fontana e di Bari, chiudendo la sua vita nel 1672 a 90 anni nel monastero di S. Francesco a Gallipoli.

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Suor Chiara - Foto 21
Tuttavia, la sua teologia misticheggiante non deve essere risultata estranea a Suor Chiara anche in monastero, attraverso la lettura del "Modo di orare" di Padre Francesco ( pubblicata nel 1643), che deve aver avuto non poca influenza sul modo d'intendere la vita monastica della suora e deve averla guidata in seguito nell'applicazione della riforma alle educande del Monastero di Nardò, varata nel 1671. Per non sottacere il fatto rilevante che lo stesso Padre Francesco pare sia stato uno dei teologi incaricati dal Vescovo di esaminare le estasi e gli altri eventi inspiegabili attribuiti alla monaca durante la vita claustrale.

Fin dai primi anni della clausura, Suor Chiara non perse del tutto i contatti con il paese d'origine. Frequenti erano le visite dei parenti, stretto il contatto con la zia Badessa e con la sorella Giovanna, che era entrata nel monastero insieme a lei. Soprattutto la suora D'Amato portava con sé a Nardò la rilevanza della famiglia D'Amato e per questo divenne protagonista di alcuni episodi, che dicono dell'importanza del feudo di Seclì ancora in pieno '600.

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Suor Chiara - Foto 22

Infatti, morto Francesco, il padre di Isabella, nel 1641, (mentre Caterina D'Acugno, la moglie, era trapassata già nel 1640), il feudo veniva ereditato dal fratello di Suor Chiara, ovvero Antonio. Questi nel 1647 diventava protagonista della rivolta scoppiata a Nardò contemporaneamente ai moti napoletani di Masianello. Nel Salento le sommosse ebbero due motivazioni: l'antifiscalismo e la forte carica antifeudale. La rivolta iniziò a Nardò (il 21 giugno), quando fu scacciato il despota Giovan Girolamo Acquaviva, detto "Il guercio di Puglia". Seclì, legato agli Acquaviva e considerato dal popolo di Nardò in rivolta come un centro nevralgico della supremazia feudale spagnola, venne coinvolto in maniera diretta nei fatti violenti.

Il 28 luglio i neretini minacciarono di bruciare una monaca del Monastero di S. Chiara, sorella di Antonio (non sappiamo se Isabella o la sorella Giovanna educanda, che all'epoca era ancora viva, perché morì solo nel 1655 nelle stesso anno della zia badessa). La minaccia veniva fatta poiché il D'Amato aveva arrestato, nell'interesse del Conte Acquaviva, Donato Antonio Bonsegna che aveva piantano lo stendardo reale sul castello.

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Suor Chiara - Foto 23

In quella circostanza una grande opera di mediazione venne svolta dai Padri Francescani di Seclì in collegamento con quelli di Nardò. Due di questi ultimi vennero presso il D'Amato per far liberare il Bonsegna e risparmiare la morte alla sorella. L'esito della ambasciata fu positivo e tutto si risolse per il meglio, ma la vendetta dei signori feudali non tardò a farsi sentire. Alcuni di essi, tra cui Antonio D'Amato, si allearono con l'Acquaviva e riportarono "il guercio di Puglia"con la violenza al governo della città neretina, applicando una terribile repressione.

Tuttavia, i D'Amato erano destinati ad estinguersi e, dopo aver ottenuto nel 1660 il titolo di Duca della Terra di Seclì e Temerano, Antonio, rimasto senza eredi, per sottrarre il feudo alle controversie ereditarie che interessavano i fratelli Vasco e Carlo, tentò con atto notarile di vendere il feudo al Duca Annibale Acquaviva de Acugna. L'operazione, fortemente avversata dai famigliari, non riuscì e dopo una serie di brevi passaggi, l'eredità approdò nelle mani della nipote Porzia, sposata con il signore di Pisignano , Francesco Severino, che ne prese possesso nel 1692, acquistando il feudo con atto notarile del 10 giugno.

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Suor Chiara - Foto 24

Manca un anno alla morte di Suor Chiara D'Amato, avvenuta il 6 luglio del 1693, all'età di circa 76 anni.
Isabella muore, infatti, quando la sua famiglia ormai non esercita più i diritti di feudo su Seclì.

Negli ultimi anni della sua esistenza la suora si è andata sempre più allontanando dalla realtà della famiglia di appartenenza, specialmente dopo la morte del padre, che ha dimostrato nei confronti della religione un attaccamento di notevole spessore. Egli, negli ultimi tempi della sua esistenza si disinteressò del governo del feudo, lasciando Seclì nelle mani del primogenito Antonio.

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Suor Chiara - Foto 25

Prodigo di donazioni al monastero delle clarisse, dove conducevano la loro esistenza dedita al Signore contemporaneamente la cognata badessa, Suor Anna D'Acugno, e le figlie Isabella e Giovanna, Francesco attuò un suo antico desiderio, dopo la morte della moglie Caterina avvenuta nel 1640: quello di trascorrere il resto della sua vita da vedovo accanto alle figlie in clausura.

Una recente scoperta riguarda un documento che testimonia tale volontà e, contestualmente, si è verificato il rinvenimento di un' abitazione civile all'interno del monastero di Nardò, dove Francesco trascorse gli ultimi momenti della sua vita. Degno rappresentante di una famiglia dalla radicata religiosità, Francesco rafforzava la spiritualità della figlia Suor Chiara e chiudeva, con la sua morte, una fase significativa della famiglia D'Amato.

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Suor Chiara - Foto 26

Le tracce di tutto questo, pur nelle travagliate vicende degli ultimi anni di governo della famiglia e le successive del piccolo feudo, sono sopravvissute e giunte fino a noi come echi di un passato illustre. Interessante si prefigura, quindi, la ricerca che dovrà riguardare ancora aspetti non indagati della presenza dei D'Amato in questo territorio, e creare quel clima di consapevole difesa e salvaguardia delle radici storiche.

Certamente le vicende legate al processo di beatificazione di Suor Chiara D'Amato potrebbero contribuire a raggiungere questo obiettivo e far sì che, proprio attraverso la sua figura, venga rivalutato un ruolo, quello della sua famiglia, così rilevante per lo sviluppo nel tempo di questa piccola comunità.

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